IA, un Salto Evolutivo nel buio

Pubblicato il 8 ottobre 2026 alle ore 08:28

Algoritmi adattivi, algoritmi predittivi, machine learning, deep learning, IA generativa. Concetti diventati di uso quotidiano da un po’ di tempo (e neanche così tanto). Eppure se oggi siamo arrivati a parlare di Intelligenza Artificiale, o intelligenza alternativa come la chiamano alcuni, ancora una volta dobbiamo dare uno sguardo al nostro passato. Perché l'uomo parla (e sogna) da sempre della possibilità di disporre di qualcosa di intelligente che lo aiuti a districarsi tra i problemi di tutti i giorni e lo conduca verso il passo evolutivo successivo.

La parola "artificiale" denota un prodotto fatto dall’uomo, conseguito con procedimenti tecnici, in contrapposizione a quanto presente in natura. Già nella mitologia greca, incontriamo Efesto, il fabbro degli dei, che è anche maestro di metallurgia e scultura. Le sue creazioni si muovono e servono gli dei dell’Olimpo, automi dotati di intelligenza propria. Ne fa menzione Omero nell’Iliade. E la stessa Pandora è una creatura artificiosa (quindi non naturale/spontanea), plasmata da Efesto dal fuoco e dall’argilla e resa simile in tutto e per tutto a una fanciulla. La sua curiosità la spingerà ad aprire il vaso che libererà i mali nel mondo. Insomma, creazioni reali e opere di fantasia hanno accompagnato questo desiderio dell’uomo nel corso dei millenni, creando i pilastri e anticipando concetti, domande e dilemmi del tempo che stiamo vivendo(1).
Il termine “Intelligenza Artificiale” invece fu coniato nel 1955 dall’informatico John Maccarthy e divenne noto per la prima volta l’anno successivo durante una conferenza(2). I concetti espressi in essa si basavano sul lavoro svolto da Alan Turing qualche anno prima, dove il matematico affrontò il problema delle macchine intelligenti ponendosi la domanda fatidica “Può una macchina pensare?”(3). A distanza di 70 anni da quella conferenza, l’IA è entrata nelle nostre vite e ha iniziato a rimpiazzare diverse funzioni basilari. E oggi possiamo affermare che la risposta alla domanda di Turing è SI, quindi possiamo passare a discutere su come pensa una macchina.

Quando un anno fa, il presidente dell’associazione culturale di cui faccio parte mi confessò che prima o poi avrebbe voluto ascoltare qualcosa sull’IA, restai un attimo titubante. Gli dissi che ne avremmo potuto parlare. Del resto avevo già accennato qualche concetto nel mio “Fantascienza & Esoterismo”. E alla velocità esponenziale con cui si muove la tecnologia, qualsiasi cosa io dica oggi potrebbe non essere più valida già a partire da domani (anzi so per certo che è così, visto che all’inizio del 2025 parlavo di ergersi a maestri dell’IA e oggi noto con dispiacere che siamo assoggettati).
Mentre mi dedicavo a organizzare un po’ di appunti, l'archivio di dati (o database) da cui partire per formulare quanto qui presente, come al solito si è presentato il cruccio del titolo. Ne avevo in mente uno, che poi è quello che infine ho dato, ma nella sfida attuale uomo-macchina, in termini di creatività, la domanda fu: sarò originale? Visto che stavo per parlare di algoritmi intelligenti ho sfruttato quello di Google per verificare la risposta. La ricerca non ha prodotto riscontri, vale a dire che non ho trovato un precedente in nessun articolo e libro (almeno in italiano), ma questo non può E NON DEVE confermare o smentire la cosa. Quello che ho trovato invece è il significato di queste parole nel contesto che volevo dargli, e nulla da ridire in merito visto che descrive: un “salto evolutivo nel buio” come un “cambiamento radicale, trasformativo e rischioso, affrontato senza certezze sul futuro”. Quindi la macchina sembrerebbe pensare come me, e qualcuno potrebbe dire meglio di me.

La risposta dell'IA comunque sembra descrivere alla perfezione il tempo che stiamo vivendo, un periodo di incertezze sul cosa succederà quando avremo completamente affidato le nostre vite alle macchine intelligenti. Nel corso dell'ultimo anno sono cambiate un bel po' di cose, anche nel mio campo. Sono stato dotato di una licenza per un software di IA, che all’inizio non sembrava invasivo. Poi ho cominciato a notare i primi cambiamenti. Popup interattivi che mi avvisavano del contenuto di una riunione, informazioni non richieste su come scrivere una mail che stavo per scrivere o avvisi su come effettuare al meglio una pianificazione progettuale.
Qualche mese dopo quella licenza, parlando con un amico (che opera nel mio stesso settore), abbiamo dibattuto su cosa sarebbe cambiato con l’avvento dell’IA. La sua idea era che le prime funzioni a essere soppiantate sarebbero state quelle manageriali. La mia, che si basava sulla Rivoluzione Industriale e sull’avvento della produzione meccanica, era stata quella che le figure immediatamente a rischio sarebbero state quelle più operative.
Oggi ho a che fare con algoritmi che traducono in tempo reale, o che fanno riassunti delle riunioni, indicando autonomamente i punti salienti (tanto che, se non si è parte attiva nella discussione, si potrebbe evitare di stare attenti e leggere il sunto finale). Algoritmi che aiutano a trovare errori nel codice o che sviluppano nuovo codice su richiesta, richiedendo solo un controllo finale (tanto che lo sviluppatore potrebbe già passare da “creatore” a semplice “controllore”).
Qualche settimana fa la fatidica domanda nell’indagine aziendale: “Pensi che l’IA renderà più efficiente il tuo lavoro?”. Il software in dotazione si pone infatti l’obiettivo di aumentare la produttività di una persona, ma se per aumento della produttività intendiamo il rispondere più velocemente a un mercato i cui tempi diventano sempre più stringenti e le richieste sempre più numerose, la risposta è SI, ho bisogno di un assistente, uomo o macchina che sia. Se invece con aumentare la produttività intendiamo il preferire che una macchina faccia il lavoro al posto mio, lasciandomi più tempo per perdermi in futili discussioni e mettere i fiocchetti o per rimpiazzare la presenza di un umano, la risposta è decisamente un NO.

I cambi ovviamente non sono avvenuti solo sul mio campo, ma ho usato questo esempio per far notare come cominciano a delinearsi alcuni punti di attenzione. Sta perdendo valore la necessità di allenare la memoria per ricordare, e quella di usare la ragione per capire come risolvere un problema o come spiegarlo agli altri. Sta perdendo valore approfondire un tema dopo aver fatto una ricerca. Può già far tutto la macchina. Se fate una richiesta su chatGPT sarete serviti in pochissimi secondi, con la possibilità di far approfondire la cosa direttamente all’IA. Quindi sorge il dubbio che questo dono all'umanità non sia qualcosa di così benefico. Mi ripeto nel tempo, la tecnologia non è né buona né cattiva, dipende tutto dall’uso che se ne fa. Quindi siamo alle prese con un pharmakon, un termine che in greco antico indica allo stesso tempo cura e veleno.
Già Platone aveva fatto uso di questo termine in uno dei suoi dialoghi(4), criticando gli scritti e rifacendosi al mito egizio, dove il dio Thot fa dono della scrittura al re d’Egitto Thamus. Quest’ultimo ritiene la scrittura non una cura per aumentare la saggezza degli uomini, ma un veleno capace solo di indebolire l'uso della memoria. Chi legge può sembrare sapiente su molte cose, senza però aver ricevuto un insegnamento in merito e aver esercitato una reale comprensione interiore. Ne parleremo tra poco, ma è quello che fa la macchina. Certo Platone ha usato la scrittura per tramandare scritti e conoscenza, ma lo ha fatto in modo da stimolare il pensiero critico. L’uso del mito egizio ne è la prova provata, due pareri discordanti che portano alla riflessione. Forse è proprio l'approccio che dovremmo utilizzare con il dono all'umanità dei nostri tempi.

Nel suo lavoro, Alan Turing ha parlato di macchine dotate di una capacità di calcolo che possono competere con l’uomo. Nel famoso gioco dell’imitazione si fa presente la tesi che se una macchina è in grado di imitare un uomo al punto che non si possano distinguere le risposte dell’uno e dell’altro, quello sarà un Calcolatore Universale (che oggi chiamiamo IA).
Ma cosa ci rende simili alle macchine intelligenti? Sia noi che loro possediamo il Pensiero Digitale, che spinge a decodificare e calcolare, suddividere i problemi complessi in passaggi sequenziali. Il processore (nel nostro caso l’emisfero sinistro del nostro cervello) lavora sulla quantità di dati immagazzinati, fa ricerche e circoscrive il campo di azione. Maggiore è la quantità di dati e l’istruzione ricevuta, migliore sarà il risultato prodotto. Come le macchine, grazie al percorso scolastico e alle esperienze successive, siamo stati programmati e disponiamo di un archivio dati, possiamo fare ricerche e usare dei modelli per elaborare il tutto.
Cosa ci rende invece diversi da loro? Sicuramente le macchine ci battono in quantità di dati che possono immagazzinare e nella velocità con cui possono consultarli e fare calcoli. Hanno modelli preimpostati per organizzare il tutto, mentre noi dobbiamo costruirceli. La differenza sostanziale, il nostro PRO, la nostra peculiarità, è il Pensiero Analogico, cioè la capacità del nostro cervello (che risiede nell’emisfero destro) di usare metafore e emozioni per spiegare quello che ci circonda, di vedere l’insieme prima dei singoli pezzi. Qualità che sono alla base della creatività e dell’intuito, nonché la parte più problematica di noi. Perché mentre il pensiero analogico crea complessità e nuovi problemi, quello digitale ricerca soluzioni e appare affidabile, più invitante.
Veniamo quindi al punto. Un assistente virtuale oggi risponde a una domanda complessa, redige un testo, disegna un'immagine, sulla base della richiesta e dei dati a sua disposizione, ma non possiede una comprensione consapevole. Non percepisce emotivamente le parole, non riflette moralmente sulle conseguenze delle sue azioni. L’utente finale vede l’interfaccia, ignorando la complessità degli algoritmi negli strati sottostanti, e fidandosi di statistiche e calcoli che sfuggono al suo controllo, potrebbe essere indotto erroneamente a fidarsi troppo di questa magia.
Inoltre, c’è un problema di non poco conto nell’applicazione di questa tecnologia su un altro campo. Quello della sfera sentimentale. Sono sempre di più le persone che nella solitudine e nella paura di esporsi si affidano a software digitali, in cui vi è un partner artificiale capace di simulare una relazione. Ma provare amore verso qualcuno è qualcosa che non trova riscontro in un algoritmo, se non attraverso la simulazione. E sentimenti negativi come la rabbia, che spesso ci inducono nell'esprimere parole di odio in senso figurativo (lo strozzerei, gli farei male), non possono essere interpretati correttamente da un algoritmo. Il risultato è che nella solitudine ci ritroviamo ancora più soli.
Una IA può solo fingere di provare emozioni, non comprende a pieno cosa gli stiamo dicendo. Non avviene nessun processo chimico che “gli scaldi il cuore” o “gli faccia ribollire il sangue nelle vene”. Possiamo registrare infinite esperienze pregresse per istruire il comportamento. Potremmo dotarla di sensori capaci di percepire il tono della nostra voce, verificare le pulsazioni o vedere le nostre espressioni e in base a quello calcolare il nostro stato d'animo, ma resterebbe comunque un freddo calcolo che nel peggiore dei casi potrebbe mal interpretare le nostre parole.

Il mio pensiero analogico ha fatto due associazioni sulla base di quanto ascoltato in quest'ultimo periodo o di quanto valutato per la stesura di queste righe. Forse non saranno allo stesso modo valide per chi mi legge, ma è proprio questo il punto importante, visto che l’IA ci sta spingendo verso un’omologazione, verso un pensiero freddo e standard, e l’uomo si sta abituando alla mediocrità. Come ho detto prima il pensiero digitale è più facile, più invitante, è il lato oscuro della forza.
La prima associazione riguarda le applicazioni in campo militare dell’intelligenza artificiale (quelle che per il momento ci dicono essere sotto stretto controllo degli esseri umani e su cui questi hanno diritto all’ultima parola): mi è venuta in mente una frase di uno degli ultimi James Bond(5) “la licenza di uccidere è anche la licenza di NON uccidere”. Stiamo parlando della possibilità di non premere il grilletto in base a una decisione che non si basa solo sul pensiero digitale. Se un calcolo delle probabilità dice che al novantanove per cento faremmo bene a premere un pulsante, è la presa in considerazione di quel restante uno per cento che ci rende umani.
La seconda associazione riguarda invece l’ambito delle IA generative, quelle che creano “qualcosa di nuovo”: è il Piccolo Principe(6) che mi viene in soccorso questa volta, con la frase “è il tempo che hai perduto per la tua rosa, che ha fatto la tua rosa così importante”. Un algoritmo addestrato non perde tempo a pensare perché sta creando qualcosa, non lo sente e non lo immagina districandosi in voli pindarici. L'avvento dell’IA ci impone di soffermarci a riflettere su cosa significhi l’arte e la bellezza che l’accompagna. In un mondo in cui la macchina è capace di emularci e sta diventando difficile capire chi ha fatto cosa, le domande da porci sono: cosa significa realmente creare? E qual è il senso di essere umani?
Ricordo un vecchio articolo su un quotidiano, dove una frase mi colpì particolarmente: “Ho bisogno di un’IA che faccia le lavatrici per me, mentre io mi dedico alla scrittura di un libro, non di un’IA che scriva un libro per me”. Le macchine sono nate per aiutarci, non per sostituirci. Ci aiutano con calcoli più rapidi, permettendo ricerche più veloci su un set di dati più grandi, ma dobbiamo ricordarci che avere accesso a più informazioni, senza un percorso di apprendimento, da l'illusione di ridurre la nostra ignoranza, ma in realtà la sta aumentando. Sapere cose che non comprendiamo non è il raggiungimento di un traguardo, ma un'innegabile sconfitta. C'è una speranza che l'uomo riprenda saldamente possesso del vero dono che la natura gli ha fatto?

Conclusione: le IA generative che sono in grado già da qualche tempo di scrivere libri e creare immagini, adesso sono in grado di sviluppare algoritmi più avanzati al fine di migliorarsi ulteriormente e cosa sapranno fare domani è un mistero. NOI stiamo affidando a LORO il nostro sapere, la nostra creatività. È per questo motivo che non ho voluto mettere al titolo un punto interrogativo finale. Non si tratta più di un dubbio su cui indagare. Abbiamo già fatto il salto e siamo in caduta libera, ed è un salto nel buio perché non vediamo dove atterreremo e che tipo di terreno ci sarà ad aspettarci.

 

Grazie per essere arrivati fin qui, spero di non avervi annoiato.
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Note
(1)
Qui citate solo alcune:
- La colomba meccanica di Archita di Taranto (IV secolo a.C.) - un uccello di legno capace di volare per 200 metri.
- Il De Oratore di Marco Tullio Cicerone (I secolo a.C.) - un'opera in cui si parla di mnemotecnica e della possibilità di allenare la memoria secondo un modello visivo, cioè quello di associare nomi, oggetti e pensieri a luoghi e immagini.
- I teatri automatici di Erone di Alessandria (I secolo d.C.) - spettacoli teatrali animati da complessi sistemi di pesi, contrappesi e corde, dove le figure si muovevano e i templi simulavano fuochi sacri in modo del tutto autonomo.
- L'orologio a castello di Al-Jazari (XIII secolo) - misurava il tempo, mostrava i segni dello zodiaco e azionava figure di musicisti meccanici che suonavano a intervalli regolari.
- Il cavaliere meccanico e il leone meccanico di Leonardo da Vinci (fine 1400, inizio 1500) - due automi che potevano muoversi e simulare la figura rappresentata.
- Il De Umbris Idearum di Giordano Bruno (XVI secolo) - dove  il filosofo parlando di mnemotecnica propone di trasformare la memoria naturale in memoria artificiale.
- L'organum mathematicum di Athanasius Kircher (XVII secolo) - una cassa di legno che mediante appositi congegni poteva generare musica, poesie, scritti e fare calcoli.
- Gli automi di Pierre e Henri-Louis Jaquet-Droz (XVIII secolo) - un disegnatore capace di ritrarre, una musicista che suona un organo in miniatura e uno scrivano in grado di scrivere testi sensati fino a 40 caratteri.
- I Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (XVIII secolo) - In esso descritto un mulino a parole che serviva a comporre frasi e trattati scritti in modo meccanico , senza alcuno sforzo di ingegno o di pensiero umano.

(2) La conferenza si tenne al Dartmouth College nell’estate del ‘56, da essa partì un gruppo di lavoro che pose le basi della disciplina di cui oggi parliamo.

(3) Computing Machinery and Intelligence, Alan Turing, 1950.

(4) Fedro, Platone, 370 a.C.
Nel dialogo tra Socrate e il giovane ateniese Fedro, si affrontano i temi dell’amore, dell’anima e dell’uso della retorica. Nella parte finale si parla di scrittura che fissa le parole, ma non sa difendersi da sola né rispondere alle domande, a differenza del dialogo vivo e della discussione.

(5) Spectre, di Sam Mendes, 2015

(6) Il piccolo principe, di Antoine de Saint-Exupéry, 1943

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