The Sound of Silence

Pubblicato il 6 gennaio 2026 alle ore 16:51

Se leggendo il titolo, avete preso a rievocare nella vostra mente le note della canzone di Paul Simon e Art Garfunkel, siete pronti a cominciare. 
Vi confesso che l'idea di questo articolo nacque una sera in cui mi trovavo a cena con un amico. Tra i vari argomenti affrontati si parlò anche di questo brano, del suo significato e di che cosa esso potesse rappresentare per ognuno di noi.

Affrontando temi quali incomunicabilità e alienazione nella società degli anni 60, The Sound of Silence (inizialmente The Sounds of Silence) fu registrata in prima versione, con voce e chitarra acustica, nel Marzo del 1964 dal duo Simon & Garfunkel.
Lanciata nell'Ottobre dello stesso anno con l'album Wednesday Morning 3 A.M. non riscosse molto successo. Il duo si sciolse e Simon si trasferì temporaneamente in Inghilterra, intraprendendo la carriera di solista. Nel Novembre del 1965 il produttore discografico Tom Wilson, senza avvisare Simon e Garfunkel, lavorò al brano con un un remix di chitarra elettrica, bassi e batteria, e la lanciò come singolo. Nel Gennaio del 1966 il duo tornò a riunirsi, The Sound of Silence aveva iniziato a scalare le classifiche e a diventare un simbolo.
Negli anni successivi il brano verrà usato come parte della colonna sonora di alcuni film, inoltre verranno rilasciate diverse versioni cover, tra cui quella della band americana Disturbed (nel Dicembre del 2015), che con il suo video registrò su Youtube centinaia di milioni di visualizzazioni in pochi anni.

La versione dei Disturbed è stata usata come colonna sonora per un video della NASA(1) che mostra le riprese della Terra dalla Stazione Spaziale Internazionale. Nello spazio vuoto il suono non può propagarsi e la canzone fu usata proprio per rappresentare il suono del silenzio. Io ebbi l'occasione di vedere questo video sullo schermo, alla Gran Loggia del 2018 a Rimini, durante uno spazio dedicato all'astronauta italiano Paolo Nespoli. Evento aperto al pubblico.
Se ipoteticamente potessimo posizionarci in orbita attorno alla Terra, fuori da un'astronave, senza la protezione di una tuta, tutto attorno a noi sarebbe silenzio, l'unico suono che sentiremmo sarebbe quello dei nostri pensieri. Saremmo costretti ad ascoltarci. Sulla Terra la situazione è diametralmente opposta. All'immagine del silenzio nel vuoto cosmico si contrappone l’immagine del silenzio dentro di noi. Il rumore dei nostri pensieri viene appiattito da un rumore esterno che rasenta il caos. Non riusciamo ad ascoltarci se non sforzandoci di farlo.

Il testo di Paul Simon inizia con parole forti:

Hello Darkness my old friend, [Salve oscurità, vecchia amica mia]
I've come to talk with you again [Eccomi a parlare ancora con te]

In una delle sue interviste(2) l'artista dichiarò che la scelta di queste parole fosse da attribuire alla sua abitudine di sedersi in bagno al buio, con la sua chitarra, per comporre i suoi brani. C'è un significato intrinseco in questo. La ricerca di un dialogo con il nostro io, non può che avvenire lontano dalle distrazioni, lontano dal caos. È così strano che la maggior parte delle idee e delle paure vengano a noi nel cuore della notte? Nella tradizione ebraica e cabalistica il silenzio, come assenza di rumore, è fondamentale per la ricerca di un incontro con Dio e per la meditazione in generale.
Simon nel testo parla alla sua parte oscura, alla ricerca di un confronto sulla visione che ha avuto. Essa lo turba e non riesce a liberarsene, perché ha messo radici profonde nella sua mente. Nella visione, da protagonista osservatore, da illuminato, si è reso conto della condizione degli uomini, che stanno perdendo il contatto con la realtà. Tutti si muovono insieme ma non riescono a fare fronte comune, abbagliati da una luce che essi stessi hanno creato. A nulla valgono le sue parole per cercare di redimerli. Tutto è circondato da un silenzio che si fa frastuono. Tutto si perde in esso.

La nostra epoca è caratterizzata dalla frenesia. La tecnologia ci sta cambiando. Silenziosamente. Inesorabilmente. Il paradosso è che, seppur dominati da informazione e mezzi di comunicazione, il suono del silenzio è rappresentato dell'incapacità di riuscire a comunicare veramente tra di noi.

And in the naked light, I saw [E nella luce pura vidi]
Ten thousand people, maybe more [Diecimila persone, forse più]
People talking without speaking [Persone che conversavano senza parlare]
People hearing without listening [Persone che udivano senza ascoltare]
People writing songs [Persone che scrivevano canti]
that voices never shared [che nessuna voce avrebbe mai condiviso]

Ho riflettuto molto sul significato di queste parole nel tempo. È indubbio che il brano si rispecchi in ciò che accade ai giorni nostri, ma come già detto essa fu scritta negli anni 60, all'interno di una società in cui Internet non esisteva(3). Non esistevano cellulari, né esisteva il concetto di Social Media. In termini di comunicazione dei media, paragonata ad oggi, la società degli anni 60 era leggermente poco più connessa del momento in cui si era diffuso il telegrafo nella metà del 800. Il dio neon di cui parla il testo è il televisore a tubo catodico che, precursore dei nostri dispositivi mobili, incanta la gente con le sue magie di cose che succedono (o vengono dette) da un'altra parte, ma che ti puoi godere seduto comodo sulla poltrona di casa tua. Negli anni 60 però non potevi portarti in giro un televisore, non potevi consultarlo mentre guidavi, mentre passeggiavi, mentre eri seduto al ristorante con il proprio partener o con degli amici. Dunque quali erano per Simon, le basi per parlare di incomunicabilità?

Nella mia seconda volta a Budapest, nel visitare la Grande Sinagoga di Dohány Street, mi sono imbattuto in una foto di Paul Simon posta accanto a quelle di altri artisti famosi tra cui l'attore Tony Curtis e il fotografo Frank Capa, per citarne alcuni. Tutti di origine ebraica ungherese. Una sorta di Wall of Fame, di cui purtroppo su internet non ho trovato traccia.
Pubblicamente l'artista non ha mai affrontato il suo legame con l'ebraismo, e non si è esibito in alcuna manifestazione ebraica o pro Israele. Questo non esclude di certo che la sua formazione non sia stata influenzata dalle sue origini(4), dalle vicissitudini della sua famiglia(5) e da quelle del suo popolo.
Simon nacque nell'Ottobre del 1941, in piena Shoah, a Newark nel New Jersey. La sua adolescenza iniziò durante un periodo in cui le preoccupazioni internazionali relative alla Guerra Fredda eclissarono l'interesse per la giustizia per i crimini della Seconda Guerra Mondiale. La consapevolezza, o comprensione, dell'Olocausto a livello internazionale, risultava decisamente ridotta. Nel 1961, pochi anni prima di The Sound of Silence, il muro del silenzio venne abbattuto. Il processo di Adolf Eichmann, il principale funzionario che aveva gestito la deportazione degli ebrei europei, davanti ad un tribunale israeliano, cambiò le cose(6).

Ma non è tutto. Durante le mie ricerche mi sono imbattuto in un fatto curioso. Fu ipotizzato che il testo di The Sound of Silence fosse stato ispirato dal caso dell'omicidio di Kitty Genovese, una ragazza che nel Marzo del 1964 venne assassinata per le strade di New York e alla cui morte assistettero almeno 38 persone senza che nessuno intervenisse o chiamasse aiuto. L'associazione tra il brano e questo evento fu smentita facilmente, dato che il testo era già fatto e finito al momento in cui avvenne l'omicidio. Riflettendo sui fatti possiamo però farci l'idea di una società (quella di Simon) che inizia ad odorare di individualismo, che si fa silenziosa di fronte al male e ai soprusi. L'alba del nostro tempo.

Quale di questi silenzi Simon volesse anche solo inconsciamente raccontare non è chiaro, ma in fondo oggi cosa importa? Siamo letteralmente bombardati da stimoli, guidati dal "tutto e subito" e da un desiderio spasmodico di apparire. Apparire in un modo che spesso non è quello che ci rispecchia veramente.
Non abbiamo il tempo, o forse è più corretto dire che non ce lo concediamo, di fermarci a fare qualcosa e di farlo in modo approfondito e utile.

Nell’Ottobre del 2025, ricercando le parole The sound of Silence su Google, grazie all'ormai onnipresente Algoritmo Intelligente, mi sono ritrovato davanti una descrizione sul significato del brano quasi del tutto corretta. È bene sapere che tale algoritmo si costruisce una cultura ricercando a sua volta contenuti su internet, dove non sempre il più cliccato o il più apprezzato corrisponde al più corretto. A conferma, un mese più tardi l’algoritmo riportava una descrizione diversa.
Quello che mi colpì della prima descrizione furono le parole seguenti: "La canzone è una critica alla società che, pur essendo iperconnessa, è sempre più incapace di comunicare autenticamente". L’associazione "società iperconnessa", riferite ad un brano del '64, mi incuriosirono a tal punto da effettuare una ricerca più approfondita. Muovendomi tra i contenuti più in voga trovai l'immancabile Wikipedia, saggi, pagine di fantagiornalismo e blog personali. Ad accontentarmi di quanto leggevo in alcuni casi la canzone sembrava essere stata scritta poche settimane prima, in altri lo si imputava correttamente al suo periodo, ma lo si elevava a testo profetico. In altri ancora si diceva tutto e il contrario di tutto.
E in un mondo frenetico il vero significato di qualcosa rischia di perdersi nel silenzio. Persone che non leggono più un articolo di giornale, si limitano al titolo per farsi una cultura. Persone che non verificano più la fonte di una notizia, si limitano a prenderla per buona per passare subito ad altro. Persone che non osservano più un tramonto, si limitano a fotografarlo per condividerne lo scatto. Sono persone non interessate realmente al momento, ma bisognose dell’attenzione degli altri sul fatto che stanno vivendo quel momento.

"Fools," said I, "You do not know [Folli, dissi, voi non sapete]
Silence like a cancer grows. [Il silenzio cresce come un cancro]
Hear my words that I might teach you. [Udite le mie parole con le quali potrei insegnarvi]
Take my arms that I might reach you." [Prendete le mie braccia con cui potrei raggiungervi]
But my words like silent raindrops fell [Ma le mie parole come silenti gocce di pioggia caddero]
And echoed in the wells of silence [Ed echeggiarono nei pozzi del silenzio]

Come Paul Simon nella sua visione, a volte nel modo reale mi ritrovo a essere osservatore. Mi capita sempre più spesso di assistere a scene di incomunicabilità, intesa come incapacità di esprimere veramente quello che abbiamo dentro. Io stesso, seppur consapevole, ne sono vittima. Mettere a nudo i propri sentimenti è difficile. Spesso per difenderci ci rintaniamo nel silenzio e nella ricerca di distrazioni.
Chi mi mi conosce potrà chiedersi perché una persona come me, che lavora con la tecnologia, ne arrivi ad avere così paura. Mi sono interrogato anche su questo e non ho ancora trovato una risposta che mi soddisfi. Dirmi che sia proprio perché ci lavoro e capisco come funziona e quindi sono capace di intravederne i pericoli, non mi basta.
Di certo la tecnologia ci permette di gestire il conto bancario senza dover andare in banca o di prenotare un volo senza dover recarsi in agenzia. Di fare una ricerca senza bisogno di sfogliare libri di carta. Ma non è certo questo che alimenta il suono del silenzio.
Prendiamo un adolescente che non riesce a parlare con i propri genitori o con i propri amici, o una coppia che affronta dei periodi difficili. Come si fa a costruire, o ricostruire, un rapporto quando i media ci mostrano un mondo felice di gente che ride, scherza, viaggia e balla. Uno specchio su un mondo che ti fa sentire di vivere nell'infelicità e nell'insoddisfazione. Non stiamo semplicemente evitando di ammettere a noi stessi che fuggire (almeno con la mente) è più facile che affrontare un problema?
Nella nostra sfera privata, dove i sentimenti puri dovrebbero farla da padrone, dove è più facile ferire ed essere feriti, i media stanno alzando muri che non possono essere scalati. E mentre la distrazione imprigiona le nostre emozioni e frena il nostro bisogno di comunicare, il silenzio cresce tra di noi.

And the people bowed and prayed, [E la gente si inchinò e pregò]
To the neon god they made [Il dio neon che aveva creato]

Grazie per essere arrivati fin qui, spero di non avervi annoiato.
Sentitevi liberi di lasciare un commento o uno spunto di riflessione.

Note
(1) Il video è facilmente reperibile sulla piattaforma Youtube, ricercando le parole “The Sound of Silence NASA”
(2) L’intervista è stata rilasciata a Playboy nel Febbraio del 1984.
(3) Le prime ricerche partirono nel 1960, ma solo nel 1969 furono connessi tra loro i primi computer.
(4) Ai tempi del college Simon fu presidente di una confraternita Ebraica.
(5) Il nonno paterno, omonimo, giunse in America nel 1903 per sfuggire alle persecuzioni e alla povertà.
(6) Fonte: Enciclopedia dell’Olocausto, I processi del dopoguerra

Valutazione: 5 stelle
1 voto

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.